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IL DHARMA


(art. pubblicato su Kendra)

Alla fine del grande poema epico Mahabharata, che racconta la storia dell’India, vi è l’imperatore Yudhishthira, noto per la sua rettitudine e figlio del Dharma, che, al termine della vita, si avvia verso la cima del monte Meru (Sumeru) per ottenere la liberazione finale. Con sé ha un vecchio cane che lo ha accompagnato fedelmente nel suo viaggio.
Avendo ormai perso moglie e figli, l’imperatore si ritrova solo sulla vetta. Lì, gli appare Indra (il re degli Dei e padre di suo fratello Arjuna) che lo invita a entrare nel Paradiso mantenendo il corpo fisico, quale premio per l’equità e giustizia con cui Yudhishthira aveva governato.
Egli si appresta a obbedire portando con sé la bestiola, ultimo compagno della sua esistenza, ma Indra lo ferma dicendo: “Lascia fuori il cane”.
Yudhisthira, dopo una breve esitazione, garbatamente rifiuta. Come potrebbe lasciare solo, su una desolata vetta, quel piccolo essere vivente, vecchio e nell'impossibilità di sopravvivere, un cane che lo ha accompagnato nella vita, gli è stato vicino nelle battaglie della vita e che ora, vecchio, si è affidato a lui?
La sua coscienza gli impedisce di farlo.
Anche se Indra lo esorta a lasciare il cane.
Anche se cerca di convincerlo dicendogli che se NON abbandona il cane non potrà entrare in Paradiso e sarà costretto a sostare nel Limbo, l’imperatore non se la sente di abbandonare l’animale che dipende da lui. La sua decisione è presa.
Preferisce rinunciare alla beatitudine e al Paradiso che rendere infelice un essere vivente.
“Quando questa fedele creatura, che ha avuto fiducia in me, avrà terminato l’esistenza terrena, allora potrò venire. Per il momento il mio dovere è di occuparmi di lui.”

A quel punto il cane si trasforma nel Dharma, il Dio che incarna la giusta direzione, la legge, la rettitudine, il giusto agire, e padre stesso dell’imperatore.
Yudhishthira, viene a sapere dal padre che quella era l’ultima prova da superare.
 
Come si potrebbe interpretare questo episodio?
Qualcuno l’ha interpretato in questo modo: alla fine della vita si deve abbandonare anche il giusto agire, poiché è frutto di una legge sociale e non universale.

Potrebbe anche essere questa una versione corretta, se ci si basa sulle varie traduzioni occidentali oppure sull’interpretazione data dal regista Peter Brook nel suo film The Mahabharata (infatti, alla fine del film, la rinuncia di Yudhishthira al premio, appunto perché rinuncia, viene proposta come una punizione: l’imperatore va a congiungersi con moglie e fratelli in una specie di squallido e tristissimo Limbo in attesa della liberazione).

Ma io avrei un’altra interpretazione, una mia ipotesi, sulla quale potremmo discutere, e che ritengo più vicina a ciò che personalmente intendo il giusto agire:
 
Ci si dovrebbe occupare, per prima cosa, delle persone o cose che ci sono state affidate dal nostro Dharma (la giusta legge) o delle quali ci siamo presi carico, in modo di non lasciare debiti o pendenze, dopodiché, con spirito libero da legami e condizionamenti, conquistare la propria realizzazione.
Spiego meglio.
Se io ho deciso di sposarmi e avere figli, dovrò fare in modo che, sia il coniuge sia i figli, siano autosufficienti, emotivamente ed economicamente, prima di ritirarmi a una vita monastica in qualche virtuale foresta.
Se io sto meditando mentre davanti a me ho mio figlio di quattro anni che ha fame perché sono le dieci e non ha ancora fatto colazione, ma non osa disturbarmi perché mi potrei innervosire, che valore ha questa mia meditazione?
Se sto facendo un japa facendo scorrere il mala nella mano destra e il contagiri nella mano sinistra (sistema hindu simile alla recitazione cattolica di preghiere utilizzando una corona del rosario) e vedo che una persona si sta inciampando e rischia di cadere, ma non allungo nemmeno una mano perché la preghiera è molto importante, che valore ha questa preghiera?
Si potrebbe obiettare che è difficile raggiungere certi risultati profondi se non con un costante esercizio e l’utilizzo di tecniche appropriate. O, quantomeno, non si ottengono subito come si vorrebbe.
Ma che serve la tecnica senza la comprensione?
Non è forse ingigantire un ego già abbastanza prominente?
Non è scegliere di rinchiudersi in una gabbia, seppur dorata, ma sempre gabbia?

In una società come la nostra che ritiene molto importante avere tutto, adesso, subito, senza fatica, e nonostante tutto; dove l’impegno di frequentare un corso come quello dello Yoga (che può portare a conoscere se stessi e a risolvere molti dei problemi che affliggono oggi e dei quali spesso ci si lamenta) viene frantumato da un lieve mal di testa, da pigrizia, da un poco di vento o due gocce d’acqua (e, forse, gli stessi che non frequentano per le due gocce di pioggia sono proprio quelli che bisticciano con i famigliari perché non consentono loro di meditare e magari proprio quando c’è bisogno del loro aiuto), bene, in questa società dove l’uomo sogna la realizzazione, il benessere, la via della spiritualità, da prendere in una decina di compresse o qualche supposta, o magari andare a esultare davanti la realizzazione di qualcun altro vivo o morto che sia, insomma nel modo più comodo e veloce possibile, è molto  arduo comprendere quale veramente sia "il giusto agire " (il Dharma).

 
Hari Om Tat Sat
 
Emy Blesio



Dharma
(Article published on Kendra)

At the end of the great epic poem Mahabharata, which tells history of India, the emperor Yudhisthira, famous for his rectitude, goes to the top of Meru Mountain to get his final liberation. During his trip he is faithfully accompanied by a dog.
Yudhisthira, having lost his wife and children, is alone on the top. Up there Indra (king of gods and father of his brother Arjuna) appears and invite him to enter the paradise. Yudhisthira is allowed to keep his body in reward for having ruled with fairness and justice.
He is going to enter with the dog beside him, the last companion of his life, but Indra stops him and says, “leave him outside”!
Yudhisthira, after a short hesitation, politely refuses the offer. How could he ever abandon on that desolate place that little animal, which has relied on him?
His conscience doesn’t permit it. Although Indra exhorts him to leave the dog saying there is no evil in this, the emperor doesn’t feel like abandoning the animal. His decision is taken.
He prefers to renounce beatitude and paradise than make a living being unhappy.
“I’ll be able to come only after this loyal creature, which trusts me, ends its earthly life. Now my duty is to take care of him.”
At that moment the dog turns into Dharma, the God who embodies the right direction, the law, the rectitude, the right acting (and emperor’s father).
Yudhisthira is revealed by his father that is was the last test to pass.
How can this episode be read?
Someone gives this interpretation: at the end of our life we need to abandon the right acting because it results from a social and not a universal law.
This could be the right perspective especially if we base on Western translations or on the interpretation of Peter Brook’s film The Mahabharata (in the last part of the film Yudhisthira’s renounce to his reward is a punishment; the emperor joins his wife and brothers and they stay in a sort of limbo waiting for their liberation).
But my interpretation is different. My hypotheses, on which we can discuss, is nearer to what I mean for the right acting.
First of all we have to take care of people and things we have been given by our Dharma (the right law). At the end of this phase, freed from ties and debts, we’ll be ready to go for our realization.
In other words: if I decided to get married and have children, before retiring into a monastic life somewhere, I have to be sure my husband or wife and my children are economically and emotionally self-sufficient.
If I’m practising meditation in the late morning and my four-year old child is hungry, hasn’t had his breakfast yet and doesn’t dare to disturb me because he’s afraid of my irritated reaction, what’s the value of my meditation?
If I’m doing japa holding mala in my right hand and the string of beads in my left hand for keeping count of prayers (hindu prayer recitation, like catholic way, uses a kind of rosary) and see someone tripping and risking to fall, what’s the value of my prayer if I don’t stretch even a hand to help him?
We could object that certain high results are possible only with constant exercise and proper techniques.
But what’s the use of technique without comprehension?
Doesn’t it make bigger an already prominent ego, especially in a society persuaded that its exigencies must be satisfied completely, immediately, easily and at any price?
Also the commitment to attend a course, like yoga, which helps us to know ourselves and get rid of afflicting problems, is shattered by a light headache, laziness and not excellent weather conditions (it’s not unusual I give lessons followed by few students because the others are discouraged by two drops of rains or a trivial reduction of temperature).  Maybe who skip lessons for irrelevant reasons are those who quarrel with their family needing their help when they want to meditate …!
Well, in our society where people believe that the way to acquire realization, welfare and approach to spirituality in as easy and convenient like getting a handful of pills is very hard to understand what is right acting is (Dharma)

            Hari Om Tat Sat  

Emy Blesio
(gentilmente tradotto da Paola Carbone)

Those interested in this subject can discuss it with me presidente@suryanagara.it